
Dal tessuto all'arte
Un tessuto serve.
Ripara dal freddo, copre, contiene, divide uno spazio, riveste una parete. Ma da millenni la sua utilità non gli ha impedito di portare con sé colori, figure, simboli, storie.
Anzi.
I tessuti che riemergono dagli scavi archeologici ci dicono che la distinzione fra oggetto utile e oggetto artistico non è poi così semplice. Un mantello può vestire una persona e raccontare chi è. Un intreccio può essere necessario alla costruzione e, nello stesso tempo, produrre ritmo, geometria, colore, figure.
Nella tessitura il disegno ha una caratteristica particolare: nasce insieme al tessuto.
Ordito e trama sono una griglia. Cambiare un filo, un colore, una sequenza significa cambiare contemporaneamente struttura e immagine.
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Tutti reperti mostrano una grande cura nel trasmettere informazioni attraverso la tessitura. Da sempre popoli e tribù hanno impresso un elevato livello artistico nei tessuti (come nelle ceramiche).
L’arazzo. Chi fa l’arazzo?
La domanda diventa ancora più interessante con l’arazzo.
Per secoli pittori e artisti hanno preparato disegni e cartoni che gli arazzieri traducevano in tessuto. Ma tradurre è una parola pericolosa: fa pensare a un passaggio automatico da una lingua all’altra.
Il filo non è pittura.
Ha spessore, consistenza, tensione. Assorbe la luce in modo diverso. Due colori che sulla carta stanno semplicemente uno accanto all’altro, sul telaio devono diventare fili, intrecci, cambi di trama.
L’arazziere deve continuamente scegliere.
L’Arazzeria Scassa di Asti [^1] ha costruito su questo incontro una parte importante della propria storia, lavorando con opere e progetti di alcuni dei maggiori artisti del Novecento. Kandinsky, Klee, Matisse, Miró, de Chirico, Dalí, Botero sono passati, per così dire, attraverso il telaio. [^2]
Nel 2018 una grande mostra a Venezia ne raccolse un centinaio sotto un titolo quasi inevitabile: Da Kandinsky a Botero. Tutti in un filo.
Ma di chi è, a quel punto, l’opera?
La risposta più interessante forse è: la domanda è sbagliata.

L’artista al telaio
Joan Miró non si limitò a consegnare immagini agli arazzieri. Lavorò con Josep Royo alla realizzazione di grandi opere tessili, alcune davvero gigantesche.
Nel tessuto i suoi segni diventano lana, rilievo, superficie irregolare. Il colore acquista un corpo.
Il quadro non è stato semplicemente ingrandito e reso morbido: è successa un’altra cosa.
Ed esiste naturalmente anche il percorso opposto: non il pittore che incontra la tessitura, ma il tessitore che usa il telaio come proprio linguaggio artistico.
Luciano Ghersi ha fatto della tessitura un terreno di improvvisazione. Niente separazione netta fra progetto ed esecuzione: si pensa anche mentre si tesse, si accetta quello che il materiale propone, si cambia strada.
Il telaio diventa un po’ strumento musicale.
E poi c’è Tiziana.
Tessitrice certamente, e molto gelosa della precisione tecnica. Ma nelle sue opere tecnica, materiali, colore, progetto e qualche felice incidente non sono fasi separabili.
A un certo punto non si sta più soltanto eseguendo bene una tessitura.
Si sta dicendo qualcosa.
Un filo basta?
Forse il rapporto fra tessitura e arte è complicato perché siamo abituati a distinguere l’idea dalla sua realizzazione, l’artista dall’artigiano, il progetto dalla materia.
Il telaio non collabora molto con queste distinzioni.
Sul telaio ogni idea deve diventare materia e ogni materia può suggerire un’idea.
Il filo deve passare davvero sopra o sotto un altro filo. Deve tendersi, piegarsi, interrompersi. E mentre lo fa costruisce contemporaneamente l’oggetto e la sua immagine.
Forse è per questo che, da qualche migliaio di anni, continuiamo a tessere anche cose di cui non abbiamo strettamente bisogno.
[^1] https://www.arazzeriascassa.it/ [^2] https://www.arazzeriascassa.it/mostra-venezia-arazzi-scassa-botero-kandinsky
